4. Bieler Gespräche



Fabio Pusterla

Uertsch

Chi lo vede salendo da sud, lungo la comoda strada carrozzabile, ne ha una prospettiva falsata, e lo scambia per uno di quei pizzi aggraziati, geometricamente tesi verso il cielo, e baciati dal sole, così cari ai produttori di cartoline e di almanacchi. Solo risalendo a piedi l’una o l’altra delle valli più desolate che conducono sul versante nord lo si può vedere davvero, nella sua profonda verità: una montagna massiccia, rabbiosa, senza la grazia del suo cugino Kesch, e senza l’aspetto ieratico e poderoso dell’Ela, che chiama attorno a sé un intero massiccio, come un’isola vasta di cime. Lo Uersch, come il suo nome sembra dire, è un grido tagliato a metà coagulato in una mano di roccia che colpisce l’aria e le nubi. Una mano tesa, ritta come in un gesto da sud verso nord, aperta e immobilizzata molte epoche or sono; come un maglio che provenisse dalle pianure del meridione, forse spinto da corrugamenti anche più vasti alle sue spalle, sollevato dalle profondità degli strati sotterranei e poi rimasto lì, un palmo enorme di sasso grigio, striato di cento sfumature, dal cupo al cinerino. Da quella parte, dal cavo della mano dello Uersch, scendono lingue di ghiaccio, rivoli d’acqua, pietraie; e le pareti verticali ospitano muschi, licheni, macchie rosa di rododendri e di selene. Mano di rabbia e di pietà, deserto immobile e vita che qui nasce.

*

Tutto, lì attorno, prende il colore della pietra, e produce una bellezza dura, selvaggia, che attrae ed inquieta. Alcune montagne inferiori, avamposti dello Uersch, sono franose di roccia rossa ferruginosa, o grigia a scaglie quasi regolari. I loro costoni sembrano così giganteschi cimiteri di pietra, e mettono una strana ansia.

*

Forse un pastore, lo stesso che deve aver costruito il rudimentale riparo affacciato sulla valle; di certo qualcuno che ha impiegato giorni e giorni in questa attività assurda, verosimilmente ideata per far passare il tempo che non passa, senza scopi pratici, distrattamente eppure con costanza. Fatto sta che dal costone quasi liscio del Blaisun, una colata friabile di sassi scistosi è giunta fino ai prati dell’alpeggio, sul bordo del ruscello, qui così dolce. E qualcuno ha costruito, con quei detriti, decine e decine di improbabili torri, piramidi, menhir, o semplici mucchietti di pietre sovrapposte. Il viandante scorge questa città fantasma di sasso dapprima con stupore divertito; poi, guardando meglio, avverte qualcosa di lugubre in quello spettacolo, qualcosa di inquietante. E pensa che nulla, meglio di una simile costruzione insensata e suggestiva, può rendere omaggio al gesto atroce di un conoscente che si è tolto la vita pochi giorni prima, in modo terribile, e che solitario e abbandonato ha varcato le soglie dell’Ade.

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Più in alto, sopra la linea dei duemilacinquecento, cedono anche i prati; ne restano vaghe chiazze, ma è davvero la pietra a prendere il sopravvento. La pietra fissa, in cime o coste, in vene oblique che tagliano l’orizzonte, in torrioni che aggettano sul vuoto; o quella mobile, rotolata o rotolante, friabile e ingannevole al passo, o ancora portata dall’acqua che ovunque sembra scivolare e smuovere ogni cosa impercettibilmente. Dall’acqua appunto la voce più chiara e più durevole, in mille accenti diversi: torrente, cascatella, rivo, sgocciolìo. A tratti si sentono fischi d’animali piccoli e attenti, e brevi schiocchi, più sottili e più alti dei tonfi prodotti dai sassi che scendono o cadono. Sono piccoli uccelli di cui ignoro il nome, a metà strada tra la rondine e la gazza, ma di colore chiaro, quasi bianco. Frullano veloci sui massi, volteggiano e scompaiono.

*

Tutto questo, che vedo come chiunque può vedere: è solo materia, casuale ammasso di cose finite qui attraverso le ere, garbuglio geologico, disumano? Cosa allora colpisce l’immaginazione e lo sguardo, e in che modo lo spettacolo naturale, di per sé privo di senso e alla lunga noioso, può accendere associazioni misteriose, parlare d’altro e di noi?

*

Più tardi, due piccoli laghi, di una bellezza che fa male, tanto è dolce, e ferma, e inafferrabile. Troppo semplice dire: come due occhi insondabili, che pure ti guardano, forse benevolmente. Ma sono più di due occhi. Sono l’effetto che quegli occhi e quella presenza sanno produrre in te, e che ogni volta ti sfugge e ti cattura, ti chiama e vola via. Sono la tua nostalgia di ciò che non sei. E forse solo a questo prezzo la bellezza può esistere, per lampi.

*

Forse il segreto dello Uersch sta in questo appunto, nel suo contenere molte cose tanto diverse, l’acqua e la pietra, la bellezza e l’orrore. Senza tentare una sintesi. Assumendo nella propria smorfia di montagna il peso immane della contraddizione. Montagna orrenda e insieme accogliente, compassionevole?

Per la traduzione tedesca vedi DEUTSCH > Übersetzungen


3. Bieler Gespräche


Durante i terzi Incontri di Bienne, per l'italiano sono state lette le seguenti poesie di Elena Spoerl.
Per la traduzione tedesca vedi DEUTSCH > Übersetzungen


Immaturità
Giovane,
per te
essere un delinquente
è meglio di niente.
Stattento.

Spago
Come giornali impilati
uno sopra l’altro
uno dopo l’altro
tutti uguali
i nostri giorni passati
ognuno nel mucchio
dell’accaduto.

Dietro la nuca passandoci accanto
resta un fastidio, una cosa da fare
e il rammarico dei forse perduti.

Allora cerco uno spago che li leghi.

Surf
La vela in pugno si fa ala
la tavola diventa pinna
e il corpo a corpo, se non cala
il vento, so che andrà crescendo

a colpi di polsi e caviglie.
Un equilibrio perpendicolare
di anche, gomiti, ginocchia, spalle
ci fa volare in bilico sul mare.

Ti risponde e guida ogni mio giunto.
Divento re di me stesso, del perno
tra acqua e raffiche e a un certo punto
dallo sterno mi sale in gola un grido

di gioia: è mio il vento veloce,
sua la vela, nostra l’onda e per poco
sono più vivo e forse più vicino
a Dio. Io sono padrone del gioco.

Un ragno nel bagno
Zampe filiformi nel bagno,
oddio, c’è un ragno nella vasca.

Che faccio? E’ giorno di pace
oggi, così lo prendo per una zampa

(arranca) e delicatamente…
fuori! ‘Muori’ gli avrei detto altrimenti

schiacciandolo, o avrei brandito
l’aspirapolvere, o con la doccia

caldissima l’avrei spedito
giù per il buco, bollito.

Invece ecco che ho pensato
a quelle sue leggere architetture

al filo capace, alle linee pure
delle sagaci trappole che tesse.